Editoriale politico

Credo non ci sia bisogno di aggiungere altro.

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Referendum, Eni e il fallimento di una classe dirigente

20150806_145239C’è un aspetto, nella campagna referendaria che si è appena conclusa, che più mi ha colpito. Non si è trattato di un aspetto marginale, ma di un argomento centrale di tutta la campagna promossa dalle Regioni e uno dei punti piu’ attinenti e solo apparentemente meno strumentali della campagna in favore del “Si”.
E’ il modo con il quale dirigenti politici e istituzionali si sono riferiti alla controparte economica coinvolta dal processo referendario, ovvero i gestori e i proprietari delle piattaforme off-shore.
Mi ha molto colpito infatti l’apparente semplicità con cui si è liquidato questo importante protagonista della partita in gioco. “Petrolieri dagli interessi oscuri, le lobby, le multinazionali, il governo delle lobbyes che vuole fare l’interesse di pochi, ecc ecc”.
Intendiamoci in campagna elettorale i toni sfuggono un po’ a tutti e ci sta. Ma che siano i vertici delle classi dirigenti di questo paese a usare questi termini che in altri tempi avremmo definito “infantili”, non può non suscitare qualche riflessione.
capitalismoOra si dà il caso che in questo caso i petrolieri sporchi e cattivi – non sono dei signori che stanno a New York o a Londra con la tuba in testa mentre spolpano con le loro mani sporche di petrolio un mondo sempre piu’ inquinato.
I petrolieri coinvolti in questo referendum sarebbero quelli dell’Ente Nazionale Idrocarburi (Eni), una multinazionale che non solo è di proprietà dello Stato Italiano (ovvero di noi tutti e qualcuno tra noi è doppiamente proprietario nel senso che ha nel suo portafoglio anche azioni del cane a sei zampe) ma è anche uno, se non il, principale perno che ha contribuito alla costruzione dell’industria nazionale ed è una delle poche aziende nazionali che ancora si dimostrano essere competitive in chiave internazionale (e per questo oggetto di fortissime pressioni internazionali – vedi la Libia, l’Egitto, la Crimea). E’ attraverso l’Eni che arriva in Italia l’energia, sotto forma di idrocarburi, necessaria non solo alle nostre industrie, alle centrali che producono energia elettrica, ma anche a soddisfare le nostre esigenza di riscaldamento, di mobilità (benzina e gasolio) e di uso domestico (acqua calda e cucina). Quando accendete una lampadina, usate acqua calda, prendete la moto o il motorino e indossate le vostre scarpe da ginnastica, la vostra felpa, o semplicemente prendete lo scolapasta, sappiate che state usando un oggetto o compiendo un’azione che è possibile grazie al fatto che 83.000 uomini e donne di Eni, ogni giorno dell’anno, sono al lavoro in oltre 80 paesi per assicurarvi tutti quei prodotti e servizi.
Senza contare poi sul fatto che il fatturato dell’Eni è dell’ordine del centinaio di miliardi di euro all’anno e il dividendo che ogni anno il Ministero del Tesoro incassa per effetto del rendimento dei titoli del colosso dell’energia, rappresenta una quota considerevole del bilancio a cui si aggiungo le tasse e le royalties (l’anno scorso in Basilicata solo con le royalties sono entrati 150 milioni di euro).
Anche la storia stessa dell’Eni nata come atto di resistenza contro i nazisti che allora occupavano la Pianura Padana è indicativa, come quella, piu’ in generale della storia, ultramillenaria del rapporto tra i territori italiani e il petrolio.
Insomma, l’Eni è una vera e propria colonna portante del Sistema Italia. Un asset strategico che una classe dirigente consapevole, dovrebbe comunque tutelare e proteggere, ma anche indirizzare verso politiche più sostenibili.
Anche se gli interessi di Eni non sono del tutto coincidenti con gli interessi dell’Italia e degli italiani, è certo che questi siano in larga misura sovrapponibili tra loro. E ancora più certo suona ridicolo sentire riferirsi a questi come se fossero”interessi di pochi” o quelli di “oscure lobbies“.
Usare la frase “interessi dei petrolieri” per definire gli interessi di Eni che da qualche decennio opera nei mari italiani, è a mio avviso la dimostrazione della incapacità di una certa classe politica e dirigente di questo paese che evidentemente non sa proprio di cosa parla, non ha cioè l’esatta contezza e misura di quello che implica governare un paese come il nostro.
Questo atteggiamento genera poi a cascata ripercussioni su molte altre cose al punto che questa classe dirigente, invece di dirigere si limita a inseguire gli istinti dopo averli sobillati. E’, in altri termini, l’emblema del fallimento di questa classe dirigente. Figuriamoci se poi, la stessa sia in grado di organizzare e sostenere una politica industriale per una realtà come l’Eni o una politica energetica degna di questo nome.