Rischio zero non esiste, la resilienza si

Prevedere un fenomeno naturale come la neve è possibile. Prevedere con esattezza il tipo di danno, la localizzazione del danno che produrrà su un sistema o su una rete (strada-ferrovia-elettricità) non lo è. O almeno non lo è nei termini in cui pensiamo. Possiamo immaginare per esempio che una strada possa essere chiusa, ma non possiamo sapere dove il traliccio si piegherà sotto il peso del ghiaccio, e quale dei cavi dell’alimentazione elettrica dei treno andrà in isolamento, sempre per colpa del ghiaccio.

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Ecco cosa succede ai tralicci quando cadono 4 metri di neve

Nei vari gruppi on line, di meteofili social, è tutto un proliferare di previsione che sperano arrivi la neve. A me diverte moltissimo seguirli. Come pure mi interessa molto seguire con attenzione tutto ciò che evolve in tema di previsione e di mitigazione del rischio. Credo sia una delle nuove frontiere del giornalismo scientifico questa di saper far intrecciare dati previsionali, su scenari reali. Dunque seguo con attenzione il dibattito, soprattutto da quando mi sono trovato direttamente coinvolto, nel 2012 nella nevicata che paralizzò Roma.

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I passeggeri del treno Roma Viterbo si fanno strada a piedi lungo la ferrovia 3 febbraio 2012. In fondo la stazione di Cesano

In quel caso e nel caso di una singola infrastruttura è possibile arrivare a creare dei modelli, degli scenari che possano in qualche modo indicare (ma non assolutamente prevedere) dove una particolare nevicata creerà delle difficoltà, dove i cumuli potranno favorire la caduta di alberi sui binari, ma non potrà mai arrivare a prevedere esattamente dove e quando questo avverrà. Sono comunque informazioni utili, soprattutto in caso di emergenza perché aiutano ad avere una lettura più nitida dei tanti segnali che arrivano dal territorio e mi permettono di valutare con maggior precisione il rischio e a mettere n campo azioni che mitigano gli effetti dei fenomeni.

Un rischio che, occorre dirlo, non è e non sarà mai uguale a zero. Il rischio zero non esiste!

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Lo spread del propostone del Cavaliere

C’è un sacco di gente stamattina incavolata contro lo spread, il differenziale sui Titoli di Stato tra Italia e Germania. E’ inevitabile che sia così, perché associamo a quella parola nefasti ricordi di emergenze, di baratri, di tagli, di crisi, di fallimenti e di suicidi. Lo spread però, è solo un freddo indicatore che misura l’attrattività degli investimenti in titoli di Stato. Non è lo strumento del ricatto della finanza, come invece molti sostengono. Tuttavia pare che negli ultimi giorni lo spread sia tornato a salire.

Davanti a questa impennata degli interessi sui titoli di stato italiani, molti hanno iniziato a inveire contro il complotto finanziario anche perché questa risalita dei tassi di interesse è stata imputata dallo stesso premier, alla paura degli investitori per quello che può accadere in Italia se, al referendum, come è probabile, dovesse prevalere il No. Apriti cielo, lo spread è entrato di diritto in campagna elettorale e ora sono tanti quelli che inveiscono contro il”ricatto dello lo spread“.

Ma siamo davanti a un complotto dei perfidi finanzieri internazionali, oppure alle solite la politica italiana non riesce a cogliere i segnali che arrivano dai mercati?

Secondo me, la seconda ipotesi è molto più realistica di qualsiasi ipotesi di complotto, così come è evidente che Renzi si giochi ogni carta a sua disposizione, anche a costo di strumentalizzare.

Tuttavia, al netto delle dichiarazioni del Premier, basta leggere i giornali e trarre le conseguenze delle notizie che si leggono per capire come stanno le cose.

Due giorni fa quel vecchio volpone del Cavaliere, in grande crisi di ruolo politica, ha fatto il propostone: in uno scenario in cui è altamente probabile che le riforme Renzi vengano bocciate al referendum ha proposto, ed è la prima proposta sul dopo 4 dicembre, il ritorno al proporzionale. Stamattina il Foglio, a seguito di questa proposta lo ribattezza The Young Pope, come se le reazioni innescate dalla proposta di un ritorno al proporzionale avessero rivitalizzato il vecchio Cav.

C’è da non credere che l’uomo che per venti anni ha forzato, spaccando la costituzione materiale del paese sulla elezione diretta del premier mettendo il suo nome in lista (ecco perché tutti sono convinti che Renzi non è eletto da nessuno) sia ora il cardine di un ritorno al proporzionale che, da Speranza, a Grillo piace a tutti.

Ho provato allora a immaginare il nuovo Parlamento Italiano eletto con il proporzionale, 35 per cento 5 stelle, 23 per cento Pd, e poi 14 per cento Forza Italia e così via. Le percentuali sono solo un esempio, ma riflettono gli ordini di grandezza possibili. Non riesco a togliermi dalla mente le facce dei vari Di Maio, Salvini, Grillo, Di Battista, Speranza, Brunetta e dello stesso Berlusconi, che si passano il cerino del governo di mano in mano per paura di bruciarsi: governa tu, no tu, no ma prego governa tu, no tu! Sarebbe un gioco folle, che farebbe precipitare il Paese in un quotidiano streaming Bersani vs Lombardi.  

Insomma il caro e vecchio Silvio ha messo d’accordo tutti sulla irresponsabilità di governo. Per quello tanto poi ci penserà il PD e qualche altro alleato, e tutti gli altri resteranno alla finestra a gridare all’inciucio. Maggioranze sempre sotto ricatto e sempre in bilico in balia di bande di filibustieri delle preferenze. 

In un contesto del genere pensate che un operatore economico trovi interesse a investire sui titoli del debito di un paese che ha un bisogno disperato di indirizzo politico certo e di imboccare la via della ristrutturazione non solo delle istituzioni, ma della società?

Ecco allora vedete da soli, che lo spread non è affatto un ricatto, ma una mera presa d’atto.

 

*Agli amanti del proporzionale mi piace ricordare che quel sistema funzionava solo nell’Italia del dopoguerra in cui c’era comunque chi doveva governare, la DC e chi doveva stare all’opposizione. Insomma in un sistema che era tutto finto, e il governo lo decidevano davvero a Washington e a Mosca. 

Gli anni ’80, caro Silvio non tornano più.

 

Trump power

Buongiorno: mi permetto di osservare che la narrazione Clinton=etabishmentpoliticofinaziaria, è un tantinello errata ed è il fulcro della narrazione reazionaria che sostiene da Putin a Grillo passando per Trump e Le Pen.
Clinton è espressione di un ceto politico (è un avvocato, figlio di un sottosegratario) che ha mediato con il potere finanziario una grande transizione e che, attraverso Obama, è riuscita anche a ridistribuire qualche cosa nell’ambito di un processo ridistributivo mondiale mai visto prima. Certo è elite, ma è elite politica e non finanziaria. La differenza è rilevante. Con il sistema finanziario, prima suo marito e poi tutti gli altri democratici hanno certo negoziato, ma occorre metterlo in chiaro, nel cuore di Manhattan non c’è la Clinton Tower e manco la Rodham Tower. C’è però la Trump Tower, coi suoi stucchevoli decori.

Trump è invece espressione diretta di quel potere. Trump va al potere contro la mediazione Obama e ora il potere finanziario ha un suo diretto rappresentate alla Casa Bianca. Trump è i poteri forti. Negli ultimi dieci anni, gli Stati Uniti, davanti alla Crisi storica eleggono un nero e il nero crea un sistema di welfare. Lo stesso Obama poi diventa protagonista della Green Economy, quella della Tesla, delle rinnovabili e dei motori a basso consumo della Fiat.
Eppure la reazione a questo processo è stata il voto in massa e in forza a Donald Trump e il suo movimento che,  come prima vittima, ha liquidato il partito repubblicano, asfaltando i mediatori politici per dare spazio al potere economico disintermediato. Di questo, nessuno dice nulla. Per gran parte dei commentatori la colpa di questo processo è di Hillary.

Credo sia la prima volta dal dopoguerra che un megamiliardario vada al potere. Trump è “i poteri forti” ne è incarnazione direttaEppure si camuffa il suo potere attraverso il kitsch degli arredi, lo si mistifica dietro alla fluente chioma o alla sua volgarità. Ma la sua volgarità è espressione diretta del suo sentirsi coi piedi per terra dalla cima della Trump Tower membro dello 0,1 per cento che comanda davvero.
L’operazione di restaurazione con Trump presidente è solo agli inizi. Trump è al potere senza mediazione e anche senza mediazione dei partiti. Il prossimo passo sarà il completo annichilimento del partito repubblicano attraverso cooptazione e creazione e consolidamento del suo movimento.

Per molti, questo signore è una sorta di moderno Che Guevara e la Clinton e Obama i veri vessatori del popolo: un rovesciamento di prospettiva, davvero allucinante e allucinato. 

Un po’ piu’ di lucidità è necessaria a volte.

Crisi Rifiuti: oltre il Raccordo c’è di più

 

Discarica con vista
Discarica con vista

La crisi dei rifiuti non è una novità per Roma. Non lo è nemmeno per la sua Area Metropolitana quella immensa area che circonda la Capitale che un tempo era la sua provincia e ora è la sua vera, sterminata periferia. Per conoscere bene la profondità e la serietà di questa crisi che sembra accendersi solo a vampate, occorre andare proprio qui, lungo le arterie e nei paesi della ex Provincia di Roma.

Una prostituta davanti a una discarica abusiva sulla via di Cesano
Una prostituta davanti a una discarica abusiva sulla via di Cesano

Dalla costa, Fiumicino e poi Ladispoli e Cerveteri, passando per le aree interne da Bracciano e poi fino a Campagnano, ovunque le strade sono lastricate del degrado dei sacchetti della immondizia, di rifiuti maleodoranti.

Quasi senza soluzione di continuità in ciascuno dei comuni della provincia i cittadini provano a organizzarsi per porre rimedio allo sfacelo di uno Stato (Governo, Regione, Area Metropolitana, Comuni) che fa una enorme fatica ad organizzare un servizio di raccolta efficiente ed efficace.

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La discarica di Cupinoro ora avrebbe dovuto ospitare un Tmb

Eppure sono queste le aree in cui, a Roma, da più tempo si fa differenziata, con percentuali anche considerevoli.Ed è sempre in queste aree che insistono numerosi impianti per la gestione dei rifiuti: Colleferro, Albano, Cupinoro.

Paradigmatico il caso di Bracciano, cittadina che negli ultimi dieci anni ha visto raddoppiare il numero dei suoi abitanti e che è anche la sede di una discarica – quella di Cupinoro, ormai chiusa ma senza fondi per la gestione del post mortem – che ora nessuno vuole trasformare in un TMB, un impianto capace cioè di fare la selezione dei rifiuti, che è esattamente quello che serve alla città di Roma per risolvere la sua crisi dell’immondizia.

Insomma la soluzione della crisi sarebbe qui, a portata di mano e con benefici reciproci per tutti, per i cittadini romani, che risparmierebbero, per quelli braccianesi che avrebbero non solo i soldi per la messa in sicurezza della discarica, ma anche per copiosi investimenti sul territorio.

Nonostante questo, i bandi di gara per la realizzazione del TMB a Cupinoro continuano ad andare deserti. 

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I sacchi di immondizia raccolti dai volontari di Bracciano, il lavoro è stato fatto domenica 7 agosto, per loro una domenica come tante da un anno in qua.

Così mentre nella cittadina laziale la municipalizzata locale veleggia verso il fallimento, per avere le strade pulite ci si affida al lavoro volontario di un gruppo mai troppo encomiato di cittadini (SalvaguardiAmo Bracciano)

Una follia vera, un capolavoro irrazionale che viene alimentato ad ogni tornata elettorale da comitati, partiti, associazioni, tutti pronti a stracciarsi le vesti contro ogni possibile soluzione. Persino il capping e cioè la chiusura dell’invaso è stata oggetto di grandissima discussione con ricorsi al Tar, accuse, polemiche e l’inevitabile intervento della Commissione Parlamentare sul ciclo dei rifiuti.

Naturalmente, nel grande baraccone della politica cresciuta sulla “monnezza” non poteva mancare l’ormai irrinunciabile riferimento alla mafia, che, come si sa, negli ultimi tempi ha assunto una sua dimensione specifica, anche qui nella Capitale.

baccanelloIn questo contesto, tutto fa brodo, tutto diventa scontro politico. Tutto insomma serve a fare selezione di gruppi dirigenti, di Deputati (ricordate Di Battista e Stefano Vignaroli fuori dai cancelli di Malagrotta?), di Sindaci, di assessori che fanno le corse a spazzare di qui, a pulire di la, a tappare buche, a sistemare panchine.

Insomma, più che stare li a sbattersi in riunioni con gli altri organi dello Stato, alla ricerca di un modo per far funzionare la macchina, si affannano a perdere tempo dietro ai danni causati dal mancato funzionamento di quella stessa macchina. Il guaio è che più si affannano e più vengono votati.

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Una rampa di accesso alla Cassia Bis invasa dalla spazzatura

Centinaia di like per una buca tappata o per un lampione riparato, equivalgono a voti che poi per essere sostenuti avranno sempre bisogno della buca da tappare e della busta di monnezza da raccogliere.

Un  cane che si morde la coda, o se apprezzate l’ironia, un esempio lampante di quella “economia circolare” che Zingaretti e Raggi l’altro giorno esaltavano in una conferenza stampa convocata per dire che non avrebbero fatto un termovalorizzatore per bruciare la monnezza di Roma.

Nel frattempo, dalle parti di Ciampino, da Ardea, da Cecchina, sempre in Provincia, ma stavolta a Sud, arrivano notizie di roghi di rifiuti più o meno pericolosi.

Va tutto bene. 

 

Serve ecologia nella politica per portare via l’immondizia dalle strade di Roma

Il punto non è il milione di euro in consulenze in 12 anni. Il punto è dannatamente politico. Oltre che, economico, ed ambientale. Che senso ha spedire a mille chilometri di distanza i rifiuti di Roma?

Il paradosso della vicenda è esattamente questo: Roma manda la metà della sua immondizia in Friuli o fuori dalla Regione Lazio, mentre intorno a Roma ci sono discariche come quella di Cupinoro a Bracciano, che sono al palo e senza soldi per la messa in sicurezza.
E’ tutto un dannato caos ideologico, con questa ossessione per una differenziata che non funziona. Ovunque nell’Area Metropolitana, è una discarica abusiva di immondizia.

Io penso che una politica responsabile debba essere in grado di tenere insieme le due cose: risorse per la bonifica di Cupinoro e per la messa in sicurezza di Cupinoro e abbattimento dei costi e maggiore efficienza del trattamento dei rifiuti di Roma. Tutto il resto è grillismo!

BASTA! Chi è eletto ha il dovere di risolvere! Piuttosto sottolineate il fatto che questi signori sono stati eletti in primis per aver impedito di costruire gli impianti necessari a gestire l’immondizia. Alcuni si accampavano fuori le discariche. Cominciamo sul serio a fare ecologia, anche nella politica. 

 

 

Torino ancora capitale

Arriva Chiara Appendino, sindaca del nuovissimo movimento dei 5 stelle e gli Agnelli portano via da Torino la loro cassaforte.

Non credo proprio che le due cose siano collegate tra loro, ma in questo singolarissimo cambio della guardia all’ombra della Mole, c’è però la rappresentazione dei cambiamenti avvenuti così traumaticamente negli ultimi 5 anni in Italia e nel mondo.

Simbolico, poi, che questo mutamento sia poi avvenuto in questa metropoli, prima Capitale dell’Italia Unita e città che più di tutte le altre ha dato corpo e anima alla costruzione dello Stato liberale e borghese in Italia.

E’ un cambio della guardia che segna in maniera plastica, la transizione da una fase storica ad un’altra. A pensarci, una metafora più azzeccata di questa, era difficile da immaginare.

Con gli Agnelli, da Torino (e dall’Italia) se ne va un pezzo importante di storia. Non tanto la storia della famiglia e dei singoli -su tutti l’Avvocato e,  prima di lui, suo nonno. Ad andarsene è quella avventura insieme capitalista, borghese e liberale che dalla seconda metà del XIX secolo e fino a oggi, pur tra mille evoluzioni e involuzioni, ha segnato la storia del nostro paese. E’ alla confluenza del Pò con la Dora Baltea che nasce la prima classe dirigente nazionale e sempre qui, nelle fabbriche degli Agnelli, nascono le prime forme di partecipazione collettiva e di estensione delle forme di democrazia e dei diritti. L’uomo nuovo, prima borghese e liberale e poi proletario e socialista, è nato tra queste fabbriche e in queste strade. Con lui i valori di quella civiltà della fabbrica e dell’industria che avevano il loro modello di democrazia e la loro idea di sviluppo economico, la Repubblica fondata sul lavoro, l’etica del lavoro, la cittadinanza legata al lavoro. Non solo, oltre al lavoro c’era un altro importante valore che irraggiava dalla città della Mole, ed era quello legato al valore della ricerca, della Scienza, della tecnologia. Irraggiava letteralmente attraverso le nuove antenne prima dell’Uri , poi dell’Eiar e infine della Rai e attraverso i fili telefonici della Sip, e poi della Telecom il segnale orario dell’Istituto Galileo Ferraris. Ad oggi la Stampa, un tempo quotidiano della famiglia di Torino e della Agnelli, è uno dei pochissimi giornali ad avere uno spazio fisso destinato alla scienza. Infine anche l’etica stessa dello Stato e della Pubblica Amministrazione avevano sotto la Mole un loro preciso modello di riferimento (monsù travet).

Gli Agnelli erano e sono la bandiera di quella civiltà della fabbrica e dell’industria dell’automobile, del boom e della 500. Una civiltà che aveva in Torino la sua Capitale e che ora non c’è più e che non si riconosce nemmeno più in quella storia.

All’Homo faber, si contrappone ora l’homo utens. Il lavoro non è più il valore di riferimento della nuova società post globale e non lo è neppure quel modello di democrazia e di Stato. Ora c’è un mondo nuovo modello e un nuovo valore. La cittadinanza è definita dal reddito, non dal lavoro. Se le cose stanno così, che ci fa a Torino una dinastia di industriali?

Non è un caso infatti che nella nuova città è nata da anni una nuova classe dirigente che è rappresentativa di questa nuova classe di valori e che Chiara Appendino incarna alla perfezione. Le recenti elezioni non potevano andare diversamente. Piero Fassino, non era il candidato del Pd, ma di quel mondo lì, il mondo del lavoro, della democrazia dei partiti, del sindacato, della fabbrica e degli Agnelli. Appendino non lo è e la città questo lo ha riconosciuto al di là del merito della sua passata amministrazione.

Non è un caso se da Torino partiranno i primi esperimenti di democrazia direttaNel bene e nel male, è tutta la catena dei valori di quella civiltà industriale che in questa città sta declinando in favore di nuovi principi antitetici a quelli. Si spiegano così le scelte bollate come “antiscientifiche” della Sindaca sul wifi e sulla dieta vegana. La scienza non fa più parte della nuova società. Come pure non ne fanno più parte i giornali. Tutto è obliterato nella nuova società in cui la cittadinanza si misura con la capacità di consumare. Altri sono i personaggi che incarnano il nuovo spirito: Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, è un campione dei nuovi valori di accademie del gusto, di orti sinergici, di km zero biologico e di “no ogm”. Tutto è lontano migliaia di anni luce dalla frenesia di una metropoli globalmente interconnessa con la sua tav e con le sue fabbriche di treni e di automobili.

Singolare che a distanza di 150 anni dall’Unità d’Italia, sia ancora Torino a rappresentare così plasticamente queste pulsioni tra vecchio e nuovo mondo, rivelando così la natura intrinseca di Capitale di questa città meravigliosa ai piedi delle Alpi.

 

La raccolta differenziata è pura ideologia irrazionale

Quella della raccolta della differenziata è una forma di ideologia che ha monopolizzato e canalizzato il dibattito intorno alla vita delle comunità locali per almeno due lustri, restringendo altre necessità, altre discussioni e altri temi. Come se non ci fosse altro da discutere in tema di ambiente nelle nostre città il tema dei rifiuti è stato il centro del dibattito pubblico.

In pratica è su questo tema che – negli ultimi venti anni – si sono formate gran parte delle élite politiche attuali e su questo argomento sono cresciute e si sono consolidate.

Mentre il mondo cambiava noi eravamo tutti presi da secchi della spazzatura di diverso colore, da sistemi con millemila erre da inserire, calendari inverosimili e condotte da stigmatizzare. Intorno alla immondizia abbiamo costruito un mondo folle e del tutto irrazionale.

Mentre il mondo correva veloce, noi ci chiedevamo “e oggi che si butta?“.